San Berardo, una festa senza anima?

TERAMO “San Berardo, quel Patrono dimenticato”. E' l'attacco di un articolo che il compianto Fernando Aurini dedica su Il Messaggero il 18 dicembre 1990 alla ricorrenza del santo Patrono di Teramo, quel Berardo conte di Pagliara nella Valle Siciliana, la cui fama è tramandata ormai solo da mitiche leggende popolari e da confusione storica. Ma ciò che piano piano nel tempo su San Berardo si è velato di obl_o, non sono soltanto la devozione e la memoria storica, bens_ la fragorosa atmosfera della grande festa patronale che si svolgeva a Teramo, in altri tempi ogni 19 dicembre. Che ne è dell'antica festa di San Berardo? altro titolo in “Notizie dell'Economia” n. 46 del 1994, sempre di Fernando Aurini, il quale con ironia _ che sia consentita anche a noi _ e con una punta di rimpianto, ricorda e racconta grandi festeggiamenti quando “i teramani erano svegliati all'alba dallo sparo dei fochisti Vallone e Cordone” e risuonava da porta a porta il cupo campanone del Duomo; “interveniva il Vescovo in mitria e pastorale con il Capitolo Aprutino al completo, i Canonici in pompa magna e cappa d'ermellino, i seminaristi in cotta bianca ed i coristi della Cappella del Duomo con il vestito scuro delle grandi occasioni”. Ma perché tanta nostalgia? La festività è salva: il 19 dicembre in città si lavora ad orario ridotto, c'è il mercatino in tutte le vie del centro e ci saranno la tradizionale funzione religiosa e l'esposizione delle reliquie del santo; il braccio d'argento di San Berardo benedirà i teramani ma questa volta non dalla scalinata del Duomo bens_ dalla viceCattedrale, che è la chiesa di Sant'Agostino _ il sindaco offrirà il cero e le chiavi della città nelle mani del Vescovo e si udirà ancora il campanone, cupo e baritonale, ma tanto bonario e familiare. Beh, cosa manca? direbbe qualche teramano doc, (e avrebbe pure ragione). La festa è salva, poiché si celebra il Santo Patrono secondo i canoni di una liturgia quasi millenaria, ma forse mancherà la solennità della devozione, sia pur popolare; non si vedrà la città in pompa magna o con l'abito delle grandi occasioni; le strade e le piazze non saranno tirate a lustro (e forse neanche normalmente spazzate); non si noterà una cura particolare per l'abbellimento delle facciate, delle chiese e dei monumenti, continuamente aggrediti dai maniaci del dissenso e della bomboletta spray. Insomma non ci sarà “l'anima” della festa, quella che ci dicono pervade Milano il giorno di Sant'Ambrogio, Napoli quando è san Gennaro, L'Aquila quando è il giorno di Sant'Agnese, e tante tantissime altre città grandi o piccole d'Abruzzo e d'Italia, ancora intimamente legate alla propria storia e tradizione, custodi gelose di una identità che a Teramo pare non interessare. “Vrardò” (il gergo confidenziale col quale ci si rivolge a San Berardo) che ci vuoi fare, non c'è più religione, ma invochiamo qualche tuo nuovo miracolo.

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