Spedizione abruzzese in Karakorum

L'AQUILA  “Alberto Bianchetti e Stefano Imperatori, due dei componenti la fortunata spedizione himalayana sul Cho Oyu, nel 2002, del Centro Documentazione Alti Appennini (CDAA) hanno finalmente una via di salita loro dedicata in una cima satellite del Broad Peak, in Karakorum. L'hanno aperta, con successo, Agostino Cittadini, Maurizio Felici, Tony Caporale ed Alessandro Palmerini, che avevano raggiunto la Nangmah Valley per tentare l'impresa, mentre l'altra parte della spedizione con Giampaolo Gioia, Claudio Persio, Leandro Giannangeli, Armando Coccia, Antonio Massena, Flavio Paletti, Valter Bucci ed Enzo Testa s'era diretta verso i contrafforti del Broad Peak dove ha allestito il campo base, a 4800 metri di quota, e due delle postazioni avanzate, in preparazione dell'assalto alla vetta (8. 047 metri) previsto nella terza decade di luglio, dopo l'acclimatamento a quelle quote. Davvero un bel risultato, quello dei quattro abruzzesi, il cui significato morale non può sfuggire. I due alpinisti scomparsi tragicamente Bianchetti l'anno scorso precipitato con un aliante ed Imperatori nel 2003 sul Gran Sasso, in una discesa di sci estremo hanno dunque una via tutta per loro, dritta verso il cielo. In cima alla vetta è stata apposta la targa di metallo con incisi i loro nomi. Lascio il racconto ai protagonisti, cos_ come si legge sul sito del CDAA ( www. cdaaexpeditions. it ), dove è riportato l'avvincente diario della spedizione corredato anche di belle immagini. “ 4 luglio 2007 Sono trascorsi ormai sei giorni dal nostro arrivo nella Nangmah Valley, cinque dei quali passati sotto la pioggia. Ci restano sono quattro giorni per realizzare una salita. I nostri progetti iniziali di tentare una via in stile big wall sono “naufragati”. Si pone forzatamente la scelta di tentare una salita in stile alpino, leggero e veloce, anche se le cime che ci circondano non vi si prestano. Tutte le salite fino ad oggi realizzate sono state effettuate prevalentemente in arrampicata artificiale data la natura compatta e verticale delle pareti. Dopo una notte insonne a causa dei disturbi di salute di Tony, alle 6:00 ci alziamo per tentare quello che è nei nostri cuori: la salita di una via nuova. Nell'unico giorno di tempo discreto abbiamo individuato un itinerario ed attrezzato la parte inferiore. In questo giorno iniziato alquanto male per la defezione di Tony decidiamo di partire lo stesso con l'umore sotto i piedi dovuto anche alla pioggia impietosa che ci ha perseguitati. Parte del materiale è già depositato alla base della parete, ci mettiamo sulle spalle il rimanente ed alle 7:45 iniziamo l'avvicinamento. La prima parte dello zoccolo è molto simile alle nostre “Malecoste”, cinquecento metri di dislivello su terreno ripido che percorriamo con passo lento e costante in circa un'ora e trenta (siamo a 4350 metri). I primi duecento metri della salita si snodano dentro un canale con salti rocciosi intervallati da massi instabili che superiamo assicurati in conserva. Questo tratto raggiunge difficoltà massime di quinto grado. Finalmente siamo sotto la parete. La vetta sembra alla nostra portata. Individuiamo sulla sinistra la linea di salita che inizia con un ripido canale a tratti ghiacciato. Il primo tiro inaspettatamente ci pone davanti a difficoltà mai affrontate, dulfer su una lama di ghiaccio da proteggere con friend posizionato parte su roccia e parte su ghiaccio. Mentre saliamo confidiamo in un ritorno alla normalità delle difficoltà . Queste fessure che apparentemente sembrano invitanti presentano al loro interno detrito roccioso e sabbia bagnati. Ormai siamo in gioco e decidiamo di continuare anche se è evidente che la situazione è complessa. Nei tiri successivi dopo aver superato uno strapiombo in artificiale l'inclinazione della parete diminuisce ma la scarsità di appigli e la presenza di fessure cieche non permettono una progressione sicura ma alquanto aleatoria. I tiri si succedono (10 in totale) con difficoltà costanti. La precarietà delle protezioni spesso ci scoraggia nel proseguire. Ci interscambiamo alla testa della cordata per scaricare la tensione accumulata nel tiro appena affrontato. Abbiamo dovuto superare noi stessi e soprattutto la concezione di sicurezza dettata dalla nostra professione di Guide Alpine. Finalmente, sfiniti a causa anche della quota (5010 metri) tocchiamo la vetta alle 17:30. Consumiamo il rito degli abbracci in maniera veloce in quanto già concentrati nella complessa discesa che ci aspetta. Come già deciso in precedenza dedichiamo la nostra salita ai nostri scomparsi amici Stefano e Alberto. Deponiamo la targa commemorativa affidataci dal CAI dell'Aquila ed alle 18:00 iniziamo ad attrezzare le doppie per la discesa. Manovre che ci terranno impegnati nell'oscurità fino alle 21:00. Siamo sfiniti, ma soddisfatti ed entusiasti per l'impresa appena compiuta. Ne risulterà una via di 660 metri con difficoltà complessive valutate ABO. Scendiamo carichi come muli per i ripidi prati erbosi cercando di evitare nel buio i salti rocciosi e ciliegina sulla torta la vista di Tony che rimessosi dal malanno ci viene incontro con la lampada frontale. INSHALLAHTony, Maurizio, Alessandro e Agostino ”Dopo l'impresa i quattro alpinisti hanno raggiunto il villaggio di Skardu da dove, ieri, hanno iniziato il lungo trekking di 120 km. per raggiungere i compagni al Campo Base del Broad Peak. L_ sono attestati, oltre agli abruzzesi, molti altri gruppi di alpinisti (americani, russi, tedeschi, svizzeri, polacchi, sloveni, messicani, slovacchi, spagnoli ed iraniani) tutti per tentare la conquista della dodicesima più alta vetta del mondo, nella ricorrenza del Cinquantenario della prima ascensione, nel 1957, ad opera degli austriaci H. Buhl, K. Diemberger, M. Schmuck e F. Wintersteller, che scrissero con la loro impresa _ pochi mezzi, senza ossigeno e con un'etica severa una delle pagine più belle dell'alpinismo. Speriamo i nostri possano degnamente onorare, con lo stesso spirito, il successo della prima scalata al Broad Peak”. Goffredo Palmerini

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