Donne: cosa si aspettano quelle in carcere

TERAMO – A 32 detenute della Casa circondariale di Teramo è stato somministrato un questionario su diversi aspetti della vita sociale e del capitale fisico e umano. Dall’elaborazione dei dati si evidenzia come al momento dell’ingresso nel carcere nessuna donne ha ricevuto informazioni e/o materiale informativo sulle regole interne all’istituto di pena. Inoltre, per quanto riguardo i servizi interni al carcere emerge un giudizio insoddisfacente da parte delle detenute su iniziative culturali (62,5%), biblioteca (35,7%), spazi in comune (84,6%), assistenza medica (52,4%), funzioni religiose (54,5%), palestra (81,8%). Decisamente migliore invece il rapporto con gli operatori giudicato da molte “del tutto buono” con punte del 62,5% in riferimento ai volontari e del 61,5% in riferimento agli educatori. I dati emergono dal seminario nazionale che si è tenuto a Giulianova   “Detenute=femminile plurale” organizzato nell’ambito del progetto Equal “Sconfinando” (ente titolare la Provincia di Teramo, Partner  l’Associazione On the Road, l’API – Associazione Piccole e medie Imprese della Provincia di Teramo, il Centro Servizi per il Volontariato di Teramo, l’Unione Industriali della provincia di Teramo e l’Università di Teramo). I dati, informa una nota, sono il frutto di un lavoro pubblicato da Walter Nanni e Rosangela Ciarrocchi. I timori maggiori delle donne nel momento del reinserimento riguardano l’area della ricerca del lavoro e la preoccupazione del giudizio e dell’accettazione dei figli e della famiglia. La seconda parte della ricerca ha invece riguardato 10 racconti di vita di ex detenute di nazionalità italiana, rom e rumena. Infine, un ultimo aspetto di analisi ha esaminato il confronto con le informazioni e le conoscenze acquisite dalle detenute e delle ex-detenute, con il parere e l’esperienza degli operatori del settore. Il confronto tra le dichiarazioni delle detenute attualmente presenti in carcere con quelle che hanno già scontato la pena evidenzia una forte dicotomia, soprattutto in relazione ai giudizi espressi sulle agenti di polizia penitenziaria. Mentre le detenute attualmente presenti non hanno evidenziato particolari criticità, dall’ascolto delle donne all’esterno del carcere emergono una serie di aspetti negativi, soprattutto in riferimento ad alcuni comportamenti di discrezionalità e mancato rispetto dei diritti delle detenute. A questo riguardo, come già in altri luoghi di detenzione, appare opportuno intervenire su più versanti: da un lato, alleggerire il carico e la tensione sul posto di lavoro, riducendo orari e favorendo il turn-over. Dall’altro lato, è auspicabile il coinvolgimento degli agenti all’interno di un percorso di formazione e aggiornamento permanente, soprattutto sui temi diritti umani e della qualità della vita relazionale, da avviare in forme comuni e concordate assieme agli altri operatori stabilmente presenti all’interno del carcere. Dal percorso di ricerca realizzato ma soprattutto dall’ascolto della voce delle “protagoniste” sono emerse delle problematicità, delle aree di criticità sia durante che dopo il periodo di detenzione nel delicato momento del reinserimento sociale. A partire dalle criticità emerse è stato possibile proporre delle idee-progetto sul tema. Tra queste quella di fornire alle donne prive di dimora stabile un domicilio “di emergenza” a cui fare riferimento per la concessione delle misure alternative, promuovere l’accesso delle detenute a corsi di formazione scolastica, da tenere all’interno e/o all’esterno del carcere, in assenza di una politica nazionale di lotta alla povertà, sviluppare nel territorio delle misure più efficaci di contrasto della povertà economica, migliorare il lavoro di rete tra operatori sociali della Giustizia e gli operatori sociali territoriali, anche al fine di individuare forme di alloggio sociale, a breve-medio termine, migliorare la comunicazione e l’informazione all’ingresso dell’istituto, magari facendo un piano di distribuzione del materiale informativo, inserire nella sezione femminile di Teramo alcune figure stabili di mediatori culturali, in riferimento alle nazionalità/etnie maggiormente rappresentate all’interno del carcere, in grado di accompagnare la donna all’ingresso in carcere e rendere meno drammatica l’esperienza carceraria, prevedere un accompagnamento delle detenute verso l’inserimento lavorativo, migliorare il livello di assistenza sanitaria all’interno del carcere, attivare un luogo concreto di orientamento all’uscita dal carcere e al reinserimento sociale.

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