La mostra di Giuseppe Gentili: il Charlie Chaplin della scultura

TERAMO –  (di Goffredo Palmerini) – Arrivo con largo anticipo sul luogo dell’esposizione. La sede centrale della Banca di Teramo già esternamente predispone all’arte, segno d’una consuetudine praticata con regolarità. Ammiro, nel giardino antistante il palazzo, imponenti sculture bronzee collocate all’aperto, in via permanente. Sono di Venanzo Crocetti, scultore insigne, nato nel 1913 a Giulianova e qui a Teramo scomparso nel 2003. Sapienza artistica di questa terra, una delle figure più rilevanti della scultura abruzzese del Novecento, unitamente a Mario Ceroli, ai fratelli Andrea e Pietro Cascella, soprattutto Pietro scomparso solo qualche giorno fa a Pietrasanta, in Toscana. L’insegnamento di Crocetti nelle Accademie di Belle Arti di Venezia e Firenze, dove tenne la cattedra di scultura, marcò un’impronta significativa. Ma sono anzitutto le sue opere d’arte a segnalare in Italia e nel mondo la scultura abruzzese, in molte collezioni pubbliche e private – finanche in una sala dell’Hermitage, a San Pietroburgo – come alla basilica di San Pietro, a Roma, dove Crocetti realizzò una delle porte bronzee, poi inaugurata nel 1966 da papa Paolo VI.
Questo dunque il contesto della Mostra dell’artista marchigiano Giuseppe Gentili, promossa dalla Banca di Teramo, dalla Fondazione Museo “Venanzo Crocetti” e dall’Impresa A. Cargini. Curata magistralmente da Gabriele Simongini, è stata allestita in modo assai consono da Fabrizio Sclocchini nell’ampia sala “Carino Gambacorta” dell’istituto di credito tramano, dove con ricorrente frequenza vengono ospitate rassegne espositive di valenti maestri dell’arte contemporanea e d’artisti di promettente avvenire. E’ una prassi della Banca e del suo presidente, Antonio Tancredi, che declina da anni una passione profonda per l’arte, con una consolidata competenza e con scelte raffinate. Accanto all’ingresso che porta alla Sala  d’esposizione è installata la scultura in ferro-bronzo-rame “Terrorismo”, oltre due metri di icastica drammaticità, opera che Giuseppe Gentili ha realizzato nel 2004. Colpisce per il messaggio simbolico, immediato e leggibile attraverso i tormenti della fusione, per il carico distruttivo e lacerante su uomini e cose che richiama. E’ una delle sculture esposte nella mostra tenuta lo scorso aprile a Roma, curata da Aldo Forbice, nella sede dell’Unicef Italia: un grande successo. E’ la cifra di Giuseppe Gentili, affermato e sensibile artista, pittore e soprattutto scultore. La scultura di Gentili è una denuncia netta, arte dai contenuti etici,  “un pugno nello stomaco” dirà poi il critico Gabriele Simongini al vernissage della mostra. E’ davvero così, un richiamo in sequenza, emergente da ogni scultura, da ogni volto fuso nel bronzo con l’istantaneo fermo immagine d’un dramma, d’una sofferenza, d’una emozione. Talvolta il dolore e le angosce sono espresse al plurale, come nei bronzetti titolati “Funghi umani”,  dove tre o quattro volti stravolti, con il collo stirato in alto come d’affogati in cerca d’aria, ciascuno sembra gridare l’urlo lancinante della propria vicenda umana. Ho parlato a lungo con l’artista, prima che si aprisse la mostra al folto pubblico poi intervenuto. Una persona d’una semplicità e d’una autenticità singolari, come i valori che esprime nella sua arte. Proprio vero che l’essenza cammina a braccetto con l’umiltà, l’apparenza non la conosce. Notevole la presentazione e l’apparato critico a cura di Gabriele Simongini nello splendido catalogo realizzato per l’evento. “La bellezza sarà convulsa o non sarà”, diceva Francis Bacon. Questo dunque il viatico della nota critica di Simongini, che parte da una citazione del filosofo francese, Paul Virilio “… Un artista deve guardarsi dalla celebrità, deve restare anonimo e solitario. (…) L’arte reale – non quella virtuale dei mercati – ha bisogno di riappropriarsi dell’anonimato e della povertà…”. Sembra proprio il caso di Gentili, secondo le annotazioni di Simongini, così estraneo “… all’odierno sistema dell’arte contemporanea, mondano, luccicante, superficiale, tutto business e niente sostanza, esemplarmente rappresentato dal teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst o dall’Hanging Heart di Jeff Koons che ha battuto ogni record di aggiudicazione…”. E ancora:  “… Gentili ha finora scelto una sorta di ascetica e feconda auto-emarginazione da cui è sorprendentemente nata una scultura inquieta, lacerata, ma soprattutto profondamente umana. Una scultura fatta di ferro e di fuoco, che esprime crudamente la spietatezza, l’egoismo, l’ipocrisia e la violenza di un mondo costantemente messo – per l’appunto – a ferro e fuoco da vecchi e nuovi barbari, non solo con guerre ed eccidi ma anche con quell’indifferenza che continuamente annichilisce i deboli, gli indifesi, i poveri. E’, questa, una ricerca plastica che nasce (…) da un forte impegno morale, da un’insopprimibile necessità interiore, volta alla denuncia, all’urlo, alla comunione spirituale con gli emarginati e i meno fortunati… ” Si diceva del valore etico dell’arte di Gentili. E infatti Simongini afferma: ” …Solo un artista dalla sensibilità estrema quale è Gentili può vivere sulla propria pelle, come se lo toccassero direttamente, tutte le guerre, i fanatismi e le stragi del mondo. E per lui l’atto creativo nasce proprio da un primario processo di auto-identificazione nelle vittime e nella loro sofferenza che possiede una sconvolgente autenticità, oggi inconcepibile in un sistema dell’arte sempre più levigato e modaiolo. (…) Alle spalle di tutto questo, oltre alla forza visionaria, “eretica” ed anticonformista tipica di molti artisti marchigiani (da Scipione a Bartolini, da Licini a De Dominicis, dal primo Fazzini a Trebbiani) e conterranei di Gentili, ci sono la scultura di Daumier, di Giacometti e poi la lezione espressionista e quindi informale, tanto che il Nostro riesce nell’impresa di realizzare una personale sintesi di queste due temperie con un linguaggio strettamente legato alle inquietudini, alla cattiva coscienza della nostra epoca ed alla consapevolezza della liquida dissoluzione di ogni valore etico ed umano.” Non stupisca, dunque, se un’arte di tal fatta, intensa e schietta, capace di parlare a tutti e di volare alto rifiutando ogni snobismo, ha portato a far definire l’artista “il Charlie Chaplin della scultura”. Gentili, che personalmente incontrò Chaplin nel 1971, ha dedicato a “Charlot” una mostra e diverse opere. Quasi un’affinità elettiva, se il celebre attore volle acquistare due opere dello scultore(Il suonatore di tromba e il Direttore d’orchesta) per collocarle nella sua villa di Vevey, in Svizzera. Pochi mesi dopo Gentili collocherà un’altra sua grande scultura, Don Chisciotte, nel parco della villa di Pablo Picasso, a Mougins, mentre Federico Fellini nel ’72 ebbe un’opera di Gentili direttamente in dono dall’artista. Giuseppe Gentili è nato nel 1942 a Pollenza, ha fatto gli studi artistici diplomandosi “maestro d’arte” a Macerata, vive e lavora a Camerino. A 24 anni la sua prima mostra personale. La sua produzione si concentra su opere in ferro, pannelli in bassorilievo, sbalzi di rame, bronzetti ed opere di grandi dimensioni, spesso divenute monumenti collocati in parchi pubblici. Molte le esposizioni in Italia – tra cui la VII Biennale d’arte sacra a Bologna e nel 1987 una personale al Festival dei due Mondi  di Spoleto – e all’estero, dove si segnalano particolarmente due eventi espositivi:  a Montreal, in Canada, ed a Nizza, al Gran Premio New York, in cui vince la Targa d’oro “Statue de la Liberté” per la sezione Scultura. Le opere di Gentili sono contrassegnate dall’impegno civile, per la tutela dell’ambiente e per la lotta contro ogni tipo di violenza. Particolarmente drammatica la serie di lavori ispirati ad episodi biblici, al volto di Cristo, alla guerra, a Don Chisciotte. Le sculture ed una decina di dipinti in tecnica mista, “Bianco” e “Bianco su bianco”, rimarranno in mostra a Teramo fino al 15 giugno. L’intera esposizione di Giuseppe Gentili, sculture e dipinti dal 1995 al 2007, dal 15 settembre al 15 ottobre 2008, sarà allestita a Roma, al Museo “Venanzo Crocetti”, quasi a chiudere una circolarità artistica nel nome del grande scultore abruzzese del Novecento.

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