«Volevo ammazzarmi, poi non ho capito più nulla»

TERAMO – «Volevo ammazzarmi, ho preso il fucile per quello… ma poi non ho capito più nulla, e non ricordo cosa sia successo…». Ha parlato, per la prima volta dal delitto, l’agricoltore omicida. Lo ha fatto dinanzi al giudice per le indagini preliminari, nell’udienza di convalida del fermo di polizia giudiziaria, questa mattina, in tribunale. E ha raccontato a modo suo la dinamica del delitto: poche parole, intervallate da pause, da tentennamenti, condite da particolari ancora confusi, di chi è nel pieno di una bufera interiore dopo un atto gravissimo. Ha pianto a lungo, Vincenzo Raimondo, l’agricoltore 77enne che lunedì mattina ha ucciso con due colpi di fucile il figlio 37enne Giuseppe, guardia municipale con problemi psichici ha confessato che il suo intento era quello di uccidersi, esasperato per come si viveva dentro casa. Da gesto di autolesionismo a un delitto, il passo è stato brevissimo. Ma Vincenzo Raimondo non sa spiegare perchè. Ha raccontato del clima estremamente teso che regnava in famiglia per via dei problemi di salute del figlio maggiore: «Si viveva sempre con il terrore dei suoi atti di violenza, se la prendeva con tutti, la vita era diventata invivibile in casa», ha aggiunto parlando con il giudice. L’udienza è durata poco più di un’ora: il fermo di polizia giudiziaria è stato convalidato, poi il giudice Billi si è ritirato per decidere sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa dell’omicida, sulla quale ha espresso parere negativo il pubblico ministero Davide Rosati che ha contestato all’agricoltore l’omicidio volontario premeditato. Qualche ora dopo la decisione: Raimondo deve restare in carcere, c’è il rischio che potrebbe reiterare il reato, molto verosimilmente nei confronti del figlio minore.

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