Il giornalista nel camper. All’Aquila a continuare a lavorare e a vigilare

L’AQUILA – E’ stato con il camper/redazione davanti al palazzo dell’Emiciclo, all’Aquila, nel cuore della città di cui riconosceva fino al 6 aprile scorso ogni fruscio, Stefano Pallotta. E’ il presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo ed è il responsabile regionale dell’Agenzia giornalistica Italia (l’AGI). E sta, sempre con il suo camper/redazione, adesso che la Protezione civile l’ha fatto sgomberare dal centro della città devastata, sta in quell’altro cuore del capoluogo della regione, il centro operativo della stessa Protezione. E continua a lavorare, come le decine e decine di giornalisti venuti da fuori. Solo che lui non è un inviato, lui è dell’Aquila e la sua redazione, i suoi affetti, il suo lavoro sono tutt’uno con L’Aquila. Ma di se’, da buon giornalista, non vuol parlare. Gli strappiamo con gran difficoltà persino il racconto del figlio, a cui per inciso è crollata la casa addosso, impegnato nei soccorsi dai primi minuti della tragedia. Uno di quelli che hanno sottratto alla distruzione tante persone, tra cui alcuni anziani caricati in spalla con tanto di ossigeno attaccato ("…sai, lui è un giocatore di rugby.."). E allora parliamo dei giornalisti e di come si sono comportati e di come si comportano. "Quelli abruzzesi da subito hanno fatto giornalismo in mezzo alla strada. Hanno tralasciato le questioni personali per dare subito testimonianza della tragedia. Hanno lavorato, gli Aquilani, e lavorano (come lui ndr) senza redazione, senza più niente. Intanto – racconta – da tutta la nazione i colleghi si precipitavano qui". Un’informazione efficace da subito, come subito è stato chiaro "di che disastro si trattasse – racconta Pallotta – anche se non se ne conosceva l’entità. Alle 5 del mattino, grazie all’ottimo funzionamento dell’informazione, tutta la nazione sapeva che il centro storico era devastato, che c’erano tanti morti. Tutti sapevano della tragedia". Poi i media, nelle ore, nei giorni successivi, si sono messi al fianco della popolazione "hanno denunciato le difficoltà e le carenze, anche se in realtà queste sono limitate, dovute per lo più ad alcuni mancati coordinamenti". Il presidente dell’Ordine racconta ad esempio di come i giornalisti hanno denunciato i ritardi di assistenza nei paesi di alta montagna, raggiunti per ultimi, dove peraltro gli effetti dell’abbassamento della temperatura si sentivano di più. "Lì la gente, tutta insieme – dice ancora – si è scaldata con grandi falò per due, tre giorni". E adesso c’è l’altra fase, quella dell’inchiesta "dei palazzi sbriciolati – la chiama Pallotta – la stampa sta addosso agli investigatori, con il fiato sul collo. Perchè sa che la questione è grande, di livello internazionale". E il giornalismo ha ancora da fare, per il presidente:"Avrà un ruolo importantissimo nel vigilare sulle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione. Il giornalismo ha sensori particolari per queste cose. Abbiamo esempi ben noti di come i giornalisti, in queste vicende, riescono a sapere molto pù di tutti".

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