La lite è scoppiata a causa di un equivoco sulla bicicletta

TERAMO – Sarà la Procura dei minori dell’Aquila a conferire l’incarico e a fissare la data per l’autopsia sul corpo di Antonio De Meo, morto per uno dei tre pugni tirati la notte di domenica da due minori Rom che l’avevano incontrato davanti a un furgone attrezzato a chiosco di ristoro poco distante dall’albergo in cui il giovane universitario cameriere di Castel di Lama lavorava da pochi giorni ed aveva appena concluso il turno giornaliero. Tre pugni ha ricevuto De Meo: ma forse a ucciderlo è stato l’urto, cadendo sotto uno dei colpi, con la fiancata del furgone attrezzato. In attesa di novità che arriveranno dall’autopsia vale la pena di riepilogare la dinamica dei tragici fatti che hanno causato la morte del 23enne marchigiano e che hanno fatto finire nell’istituto di Ancona (il centro di prima accoglienza dell’Aquila è inagibile) i due ragazzini minorenni con l’accusa di concorso in omicidio preterintenzionale e a Castrogno il padre di uno di loro. E’ accusato di favoreggiamento, incendio e ricettazione di quel famoso motorino (risultato rubato i primi di luglio a Giulianova) a bordo del quale i giovani erano arrivati al furgone dove si rifocillava De Meo. Dunque, i fatti (davvero i "futili motivi"). De Meo arriva sul posto con una bicicletta dell’albergo, la sistema, mangia, controlla dove sia la bici e non la vede. Si alza per cercarla (in realtà è solo stata spostata), arrivano i ragazzi (quattro), qualcuno chiede a loro qualcosa, si sentono chiamati in causa, ingiustamente. Si offendono. All’equivoco seguiranno, come è ormai noto, il diverbio, i pugni tirati, la morte di De Meo. Il quale è caduto, ha tentato di rialzarsi, ha recuperato i propri occhiali persi nella colluttazione è poi è subito crollato a terra morto.

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