Ucciso da tre cazzotti devastanti

ALBA ADRIATICA – Tre colpi in rapida successione, devastanti, da scatenare una copiosa emorragia cerebrale che lo ha ucciso praticamente in pochi attimi. E’ il primo, sommario responsi scientifico con cui l’autopsia può aiutare le indagini sul delitto di Emanuele Fadani, il commerciante di 37 anni ucciso in una rissa da tre giovani zingari, nella notte su martedì scorso ad Alba Adriatica. Tre cazzotti, forse tirati a mani nude ma non è esclusa la presenza di un tirapugni: al naso, allo zigomo destro e alla fronte. Quest’ultimo, è stato fatale. Non colpi da ko, colpi mortali. Emanuele avrebbe dovuto partire per un viaggio di lavoro, ma si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, quando ha deciso di prendere un caffè in quel bar dove c’erano anche i suoi assassini: loro ubriachi, lui no. E anche questo aspetto, accertato dall’autopsia di oggi, avrà il suo peso nella vicenda giudiziaria dei tre zingari. "image"Danilo Levakovich e Sante Spinelli (nelle foto), in carcere, accusano il loro amico ancora latitante, Elvis Levakovich, Graziano Guercioni, il collaboratore e amico di Emanuele, con lui al momento della tragedia, non ha dubbi e le sue parole, pronunciate in un’intervista televisiva, sono come macigni: «Siamo stati seguiti e ci hanno colpito alle spalle, come dei vigliacchi. Quando mi sono rialzato da terra ho visto Emanuele esanime vicino a me: gli ho fatto la respirazione bocca a bocca, il massaggio cardiaco ma lui non mi rispondeva. Tanto adesso la verità adesso verrà a galla e si saprà». Domani proverà a capirlo anche il gip che ha firmato le ordinanza di arresto per omicidio volontario aggravato, nel faccia a faccia con i due detenuti, in tribunale, a mezzogiorno. Loro hanno trascorso in isolamento la prima notte in carcere. Mentre fuori divampano le fiamme dell’odio, della rabbia, della reazione esasperata di chi, i cittadini albensi, non vogliono più essere ostaggi della vita oltre la legalità, della comunità nomade. Oggi nel quartiere dei nomadi restano i segni della spedizione punitiva di ieri notte, i danneggiamenti e le lamentele degli zingari adesso spaventati. C’è stato chi ha inscenato un presidio sotto il municipio per chiedere protezione ma al tempo stesso anche il risarcimento dei danni subiti, altri che invece hanno manifestato solidarietà alla famiglia della vittima ma anche rivendicato il diritto di essere italiani anche loro. Qualche capannello, qualche focolaio di discussione si anima in diversi punti della città ancora oggi, nonostante l’invito alla pacificazione del comandante provinciale dei carabinieri, il tenente colonnello Antonio Salemme che tiene a ribadire il concetto che lo Stato c’è e controlla, attraverso l’Arma. Un altro pezzo dello Stato, il vicepresidente della Provincia, Renato Rasicci, come albense e assessore provinciale alle politiche sociali, convoca il presidente regionale dell’Opera nomadi, Nazareno Guarnieri. A lui chiederà, a nome della comunità di etnia Rom, una condanna pubblica e ufficiale di questo come degli altri atti di violenza. E’ il tentativo, doveroso, di ricucire uno strappo che in una cittadina di 12mila abitanti rischia di trasformarsi in un innesco esplosivo. Non si può ricucire la ferita nel cuore di Anita e Fabrizio Fadani, madre e fratello della vittima. Lei ha provato a non cadere nella tentazione della condanna, ma comprensibilmente non ce l’ha fatta. Chiede al latitante di “avere gli attributi" per costituirsi, di aver quel coraggio che gli è mancato aggredendo e uccidendo da vigliacco suo figlio alle spalle. Un altro corteo solidale di cittadini ha riempito in serata piazza del Popolo, con il mesto pellegrinaggio sul vicino luogo del delitto. Scende un’altra notte su Alba Adriatica e tutti tengono l’orecchio lungo temendo di sentire altri sinistri rumori di odio. In attesa di sabato pomeriggio quando, nel lutto cittadino, accompagneranno Emanuele al camposanto, vicino al padre, perchè riposi in pace lontano da questi forti aneliti di razzismo.

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