Il detenuto-testimone morto per tumore

TERAMO – E’ morto di tumore al cervello, Uzoma Emeka, il detenuto nigeriano di 32 anni arrivato in fin di vita al pronto soccorso dell’ospedale Mazzini di Teramo, venerdì scorso. Era il testimone del pestaggio di un altro detenuto riferito in una registrazione audio dal deposto comandante degli agenti delle guardie penitenziarie della casa circondariale di Castrogno. E la sua morte ha alimentato sospetti, perchè avvenuta in una struttura nell’occhio del ciclone, sovraffollata per rinchiusi, sottodimensionata nei secondini e ‘bollata’ dalla vicenda del ‘corvo’ che ha diffuso la spiata sul pestaggio del 22 settembre ai danni di un detenuto napoletano. La morte di Uzoma resta comunque un caso: non legato al pestaggio, come ha sottolineato fugacemente in mattinata ai cronisti il pm che indaga su questo episodio, Roberta D’Avolio, ma perchè il giovane nigeriano sarebbe morto nell’indifferenza. Che fosse malato e che avesse avuto altri episodi degni di approfondimento sanitario, oggi lo ricordano tutti: molti, anche tra il personale di custodia, pronti a smentire collegamenti con le botte ma a ricordare che "già una volta era svenuto sotto la doccia", apparentemente senza motivo. La Procura vuole vederci chiaro, così come i parenti, da tempo in Italia, e presenti in tribunale a Teramo. Vogliono avere la conferma di quelle due ore che il detenuto sofferente avrebbe trascorso tra cella e infermeria del carcere prima del trasferimento in ospedale. Ormai inutile oppure ininfluente alla luce della patologia scoperta oggi dall’autopsia? Uzoma passa agli archivi delle carceri italiane come il secondo detenuto di colore che muore all’interno del penitenziario di Castrogno in poco più di tre mesi: ai primi di settembre si era suicidato Abib Khole, senegalese 32enne, accusato di pedofilia. Si era dichiarato innocente, era anche evaso dal pronto soccorso dove era stato trasferito per un malore e riacciuffato dopo tre giorni. Su di lui, come oggi per Uzoma Emeka, si erano mosso parlamentari e associazioni dei diritti parlando di “istigazione al suicidio“ e di “morte in solitudine“ allora come di “abbandono terapeutico" oggi. Lo fa Luigi Mancino, presidente dell’Associazione per le libertà, che sostiene come il caso odierno a Castrogno sia “conferma del grave stato di ‘abbandono terapeutico’ nel quale versava il detenuto e nel quale versa l’intero sistema penitenziario italiano". Il ministro Guardasigilli Angiolino Alfano, che aveva sospeso il comandante degli agenti di Teramo, viene chiamato di nuovo in causa da Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, l’organizzazione giovanile del PdCI – Federazione della sinistra e da due interrogazioni, una dell’onorevole Rita Bernardini (Radicali-Pd), della Commissione Giustizia, l’altra del senatore Francesco Ferrante (Pd). Chiedono, tra l’altro, un’indagine amministrativa interna per accertare "le effettive cause della morte del detenuto nigeriano. Lo Stato – afferma la Bernardini – ha il dovere istituzionale, politico e morale di non lasciare nulla di intentato per garantire ai detenuti condizioni di vita conformi al dettato costituzionale". La deputata – che aveva compiuto una visita al carcere teramano dopo il pestaggio – evidenzia che si tratta di "un carcere senza direttore, dove sono stipati 400 detenuti in spazi che potrebbero contenerne 230, dove gli agenti in servizio sono solo 155 a fronte di una pianta organica che ne prevede 203, e oltre il 50 per cento dei reclusi è malato". Che il detenuto morto fosse da trasferire da tempo, anche in qualità di testimone a rischio pressioni, lo afferma il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella.

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