Ecomafia, l'Abruzzo al centro di traffici illegali

TERAMO – Anche quest’anno il rapporto sulle ecomafie pone l’Abruzzo al centro del traffico illegale dei rifiuti e del ciclo del cemento con la conquista di un decimo posto, a fronte del dodicesimo individuato nel 2010 nelle
illegalità ambientali. Lo si evidenzia da un dossier di Legambiente presentato oggi a Roma. "I dati – afferma Luzio Nelli, della segreteria regionale di Legambiente – ci mostrano come dalle 210 infrazioni del 2009 si
passa a 990 del 2010, mentre dalla denuncia di 217 persone si passa, in un solo anno, alla denuncia di 789. Questo evidenzia l’interessamento mai sopito, da parte delle organizzazioni malavitose, di penetrare nel tessuto economico della nostra regione (testimonianza ne sono gli accadimenti sul traffico dei rifiuti a Teramo e a Sambuceto, e anche gli allarmi della magistratura aquilana sulla Ricostruzione), ma dall’altra anche un rafforzato controllo da parte delle autorità competenti. In questa fase è fondamentale per la nostra regione non disperdere il prezioso lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine: bisogna tenere sempre alto il livello di guardia e l’impegno. Questa situazione potrebbe degenerare ancora di più se la nostra regione dovesse precipitare in emergenza rifiuti". Tra le operazioni che hanno visto coinvolte aziende abruzzesi, citate nel dossier ci sono la "Emelie", che ha sgominato un’organizzazione dedita allo smaltimento e al traffico internazionale di rottami metallici che si è conclusa con il sequestro di sette aziende, quattro delle quali con base a Chieti Scalo, Montesilvano e Fermo; l’operazione "Ragnatela", traffico illecito di rifiuti industriali che ha visto giocare un ruolo di primo piano da alcuni imprenditori di Lanciano; la gestione illecita e traffico di rifiuti speciali pericolosi che nel luglio scorso vedeva protagonisti alcuni imprenditori di Sambuceto; e smaltimento e traffico illecito di rifiuti nel teramano, tra cui anche di pneumatici. Tra tutte spicca la vicenda legata alle acque di Bussi. Quest’ultima, per Legambiente, "lo scorso maggio ha avuto un esito non del tutto soddisfacente per Legambiente: la conclusione di un’udienza preliminare protrattasi per almeno due anni, tra i vari aspetti già sottolineati a loro tempo, ha portato infatti alla trasformazione del reato ipotizzato, da avvelenamento ad adulterazione, più lieve e prescrivibile in minor tempo".

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