Caso Tercas. Le tante domande su Nisii e Di Matteo

TERAMO – Perchè Lino Nisii non si è dimesso prima di essere "commissariato"? Perchè la governance di Banca Tercas non ha adottato misure più ‘profonde’ nonostante gli ultimatum di Bankitalia? Cosa c’è scritto nella relazione ‘top secret’ della vigilanza statale che coinvolgerebbe anche il Cda dell’istituto nelle scellerate concessioni dell’ex direttore generale Di Matteo? Oggi, dopo il crollo poco edificante dei vertici dell’istituto più forte della regione, le domande del mondo politico, di quello economico ma soprattutto del territorio, quel territorio che adesso diventa fondamentale convincere che piazza pulita è stata fatta, sono tante e affollano la discusione attorno al provvedimento del ministro del’Economia.

Le dimissioni di Nisii. Non si è voluto dimettere. Al di là del tam tam cittadino che annunciava come prossimo il cambio al vertice dopo 30 anni di impero, ma per soluzione politica, Bankitalia ha sovvertito i piani anche del centrodestra. Paradossalmente, ma non tropo, il rifiuto dell’avvocato a prendere in considerazione l’ipotesi dell’abbandono volontario può essere letto come il canto politico del cigno, l’ultimo colpo di teatro: in questo caso il ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’ avrebbe messo in difficoltà la proprietà, la Fondazione Tercas, nel senso che non avrebbe potuto mettere mano al Cda se non al termine del commissariamento Bankitalia e non prima delle scadenze naturali del 2013. Adesso tutto è bloccato dalla "governance tecnica". Altra valutazione è che l’ex presidente sia stato preso in contropiede. Le misure di grande cautela, come la messa a riserva di 70 milioni di euro nel bilancio, le modifiche statutarie su pacchetto azionario a disposizione, l’aumento di capitale sociale e i nuovi compiti del vicedirettore generale, si credeva fossero buon palliativo. Ma Bankitalia, evidentemente, si aspettava altro.

Ma il Cda poteva non sapere? L’altra domanda, che resterà forse la più inevasa delle altre. Come può un direttore generale di una banca così forte e soprattutta fondata su un verticismo assoluto, avere tutta questa forza decisionale? Come può Di Matteo, l’impiegato prodigio avezzanese nato dalla Banca Popolare e cresciuto in Unipol, arrivare intanto a sedersi sulla poltrona di direttore generale e appena poco due mesi ‘elargire’ una linea di credito al massimo di quello che può la Tercas erogare (60 milioni di euro) alla Hopa dell’imprenditore Gnutti per volere di Consorte (Unipol)? Che riesce attraverso il suo staff di direzione a portare in Cda provvedimenti milionari, imbastire rapporti – diretti o indiretti – con la Banca di San Marino, una finanziaria mista teramana-sammarinese nella terra del Titano, preparare spazio importante nella banca all’Assicuratrice Milanese, ‘infilarsi’ tra le cinque banche italiane che sovvenzionano Raffaele di Mario, definito per le note vicende il più grande bancarottiere italiano, tanto per dirne alcune delle più grosse. Tutto da solo? Così come oggi, a distanza di oltre 6 mesi dalla sua partenza, riesce ancora a far nominare tra i quadri e i dirigenti suoi uomini?

Quantificare i danni e poi…? Il terremoto in Tercas non potrà non lasciare segno. Soprattutto nella politica, nell’immagine, nel futuro di carriera per questo o quell’altro dirigente bancario. Se non addirittura nell’indagine della magistratura, che da tempo ha nel mirino queste attivià gestionali della finanza teramana con gli uffici su corso San Giorgio. Ma poi? Già si parla di 50-100 esuberi occupazionali tra quadri e dirigenti, di troppi stipendi di manager elevati oltre le possibilità di una banca di questo target e, purtroppo, anche di sirene di acquisto all’orizzonte. Il cui concretizzarsi significherebbe suonare il de profundis per l’identità della teramanissima Cassa di Risparmio di Teramo e provincia. L’autonomia a rischio è il peggior cancro che questa realtà creditizia possa temere.

Sull’argomento Chiodi svicola, Tancredi: «Lo dicevamo…» «Nisii ha tardato a dimettersi, noi un anno e mezzo fa, dimostrando equilibrio e responsabilità avevamo chiesto al presidente di intavolare una discorso sulla compagine del Cda, e per dare un nuovo volto che non fosse a sua immagine e somiglianza – commenta il senatore Paolo Tancredi -. Abbiamo evitato colpi di mano nonostante avessimo la maggioranza e alla luce dei fatti questo atteggiamento ci ha dato ragione». C’è già lo spazio per una piccola polemica, con il segretario provinciale Pd, Verrocchio: «Non è il momento adesso di fare polemica – aggiunge Tancredi – ma certamente non accettiamo lezioni di etica dal segretario del Pd, a cui ricordo che in passato le liste del Pd e della Margherita venivano composte nella sede dell’istituto bancario. Per un soffio Carlo Antonetti non fu il candidato sindaco opposto a Brucchi. Adesso vediamo cosa succede, certamente è il caso di discutere anche con il Consiglio della Fondazione Tercas per verificare se è stato fatto tutto il possibile per scongiurare l’accaduto». Non torna sull’argomento invece il Governatore Gianni Chiodi, impegnato proprio in questi giorni a sottolineare la necessità di una “filiera del credito" tra Regione, imprese, istituti di credito per superare la crisi economica. Questo “colpo” appanna in qualche modo gli impegni profusi? Il governatore si chiude con un «no comment, preferisco centellinare e pesare le dichiarazioni e parlare attraverso i comunicati stampa».

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