Silvino, un leone con la memoria da elefante

La chiamavano "politica alla Silvino". Con rispetto, sghignazzando, con sufficienza, con ammirazione, con invidia. Ma era sempre la politica alla Silvino maniera. Quella politica che ha portato Teramo nella storia degli asili e delle scuole materne italiane. La politica di Silvino che sorrideva a tutti e strigliava i suoi, incitandoli a non mollare nemmeno un contatto, mai. "Comodo – ripeteva – presentarsi alla gente quando c’è la campagna elettorale. Ma le persone le devi ascoltare sempre. Le devi seguire. Devi fare gli incontri, capire se sono ancora dalla tua parte, andargli incontro quando hanno bisogno". Non aveva mai tempo per pensare alle sue cose, alla salute, Lino Silvino. "Non c’ho tempo… devo andare , devo organizzare, devo risolvere". E la politica e l’amministrazione per lui erano la stessa cosa. Nel bene e nel male, quando raccoglieva risultati e quando inciampava in vicende in cui doveva difendersi. E’ stato il primo anche in questo. L’inchiesta giudiziaria che maggiormente l’ha colpito (anche sul piano psicologico), fu quella dei "fuori posto", ormai leggendaria. E’ stata la prima vera inchiesta che ha messo in luce a Teramo come il connubio, per Silvino indissolubile, politica/amministrazione, fosse rischioso. E’ stata la prima volta, quella, in cui dalle denunce sul piano politico, in Consiglio comunale, si passò alla procura. Ha segnato l’epoca anche in questo, Lino Silvino. Ma anche lì, si è battuto come un leone, pur se all’apparenza non ne aveva l’indole. Capace di offendersi profondamente per un saluto poco caloroso o un invito mancato, non esitava a schierarsi dalla parte di chi perdeva. Anche se non era suo amico. Non esitava, Silvino, come quando scelse, alla caduta della Democrazia Cristiana, la difficile strada del Ccd oppure, alle ultime elezioni Comunali, a Teramo, la scomoda alleanza con il PD, espondendo se’ e l’inseparabile amico Paolo Albi, caparbiamente presentato a candidato sindaco. Si, era caparbio, Silvino, era permaloso ed aveva una memoria da elefante. Ma non era tante altre cose. Non era corrotto, non era prepotente, non era presuntuoso, non era ingrato, non era finto. Lo dimostra la sua vicinanza a tutti, indistintamente. Lo dimostra la memoria che tutti conservano dell’uomo capace di stare dentro la politica e per strada, a far crescere la sua zona, primo dei molti odierni lobbisti delle frazioni. Lui non si vergognava e non mistificava quel che faceva. Viveva per la politica e non di politica, Silvino, e faceva grandi riunioni, cene e a volte feste nella sua casa sempre aperta, dove madre, zie, amiche di famiglia, vicine di casa, cognate e nipoti collaboravano a "far fare bella figura a Lino". Cucinavano, apparecchiavano tavolate, quelle donne. Ma consigliavano, ascoltavano, riportavano e sollecitavano. Come i suoi amici, come il fratello Luciano. Tanti erano in politica, molti di più no: tutti vicini e integrati in una rete di affetti, sodalizi, collaborazioni. Un clan? Forse, ma aperto a chi ci si avvicinava. Decine di aneddoti e di mini leggende minimetropolitane su Lino Silvino restano nella piccola storia della collettività teramana, cattivella e un po’ ingrata ma a Silvino profondamente legata. Non foss’altro per la straordinaria capacità di farsi riconoscere da tutti come colui che riconosceva tutti e le specificità di ognuno. Ed era garbato, Lino Silvino e …. delicato. Una domenica mattina tutte le insegnanti d’asilo dovettero (ed era imperativo) partecipare a un convegno. Quel giorno era anche la festa della mamma. Silvino ringraziò le sue insegnanti con una rosa per ognuna di loro, per compensarle della mezza giornata sottratta ai figli. Avanzò un fiore. Lo regalò a chi scrive. Poi pensò che non avevo figli e sorrise timido, giustificando il gesto:"Hai lavorato anche oggi… e poi, ogni intervista che fai, è un po’ come un figlio, no"?

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