Per i crediti inesigibili tolti dal Pef si finirà davanti al Tar INTERVISTA

TERAMO – La nuova guerra della Team si chiamano crediti inesigibili. Il management della municipalizzata li infila nel Pef («rispettando la norma», dice l’amministratore delegato Ranalli), la dirigenza comunale li tira via (e senza il Pef viene approvato dal Consiglio): per capire chi ha ragione forse ci penserà il Tar. Lo ha anticipato questa mattina, nella sua ennesima performance in quello sccenario che tanto gli piacerebbe, lo stesso ad della Team rispondendo alle sollecitaziono dei consiglieri, di opposizione, componenti della Commissione Garanzia e Controllo. Convocata dal presidente Maurizio Verna per parlare degli ormai famosi debiti fatti dai teramani furbetti che hanno rischiato e rischieranno di pagare quelli virtuosi, Ranalli ha annunciato che la Team sta valutando la possibilità di far decidere a un organismo super partes, ovvero un tribunale, l’interpretazione della norma che vuole i crediti come questi inseriti nel Pef della municipalizzata. Secondo il dirigente questo avrebbe permesso di abbattere la somma riguardante la Tia del periodo 2007-2009 mai incassata, con una suddivisione per teramano pro-capite di pochi euro (il 10% della somma di una bolletta se pagato in un anno, dell’1% se spalmato su 10 anni) A portare il pensiero dell’amministrazione comunale è stata la dirigente dell’ufficio legale, Cosima Cafforio. Sul mancato inserimento dei crediti nel Pef pesa la mancanza di documenti (che la Team dice di aver fornito per tempo) ma soprattutto l’interpretazione di una norma che permette il loro inserimento entro il 31 dicembre 2017. Il Comune ne contesta addirittura l’incostituzionalità, nella parte che vuole debba pesare, quel milione e 300mila euro, sulle spalle degli altri cittadini: la ripartizione del credito inesigibile per quote societarie, all’interno della Team, è ritenuta valutazione più equa, che però non trova la condivisione dell’amministratore Team: «La società, che vede ogni anno diminuire il costo pagato per il servizio (alla media di 1,5 milioni all’anno) – dice Ranalli -, non può inserire anche questo ulteriore rischio d’impresa, tra l’altro trattandosi di somme non percepite per attività prestate».

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