L’Istituto Zooprofilattico è l’unico laboratorio di referenza al mondo per la WOAH (ex OIE): qui l’epidemiologa Rossella Lelli e la sua equipe nel 1998 trovarono la prima infezione in Italia. Cos’è, cosa fare e il ruolo dei Comuni per aree verdi e rifiuti
TERAMO – L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è concentrata da alcune settimane, sulle infezioni da West Nile Desease, con le autorità sanitarie a seguire i focolai e i contagi in diverse regioni italiane. Pochi sanno – e chi lo sapeva forse l’ha dimenticato in questi anni – che Teramo, l’Istituto zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise, è Laboratorio di referenza per la WND della Woah (World organisation of animal health, quella che un tempo era l’Oie). L’unico al mondo. Per “sviluppare, standardizzare e validare metodi diagnostici, fornire supporto tecnico-scientifico e diagnostico, e coordinare studi sulla malattia. Garantisce qualità e biosicurezza, organizzare circuiti interlaboratorio, diffondere dati epidemiologici e offrire formazione specialistica. Fornisce consulenza alla WOAH per il controllo e la sorveglianza della malattia“.
Ma essere il solo laboratorio di referenza al mondo non è l’unico primato nel campo della West Nile Desease. L’altro è quello di essere stati i primi ad averlo scoperto in Italia, di averlo in gergo ‘isolato’ per la prima volta in un campione diagnostico prelevato su un cavallo in una zona umida della Toscana e portato nei laboratori di Campo Boario. Era il 1998.
Ce lo racconta la diretta interessata, la dottoressa Rossella Lelli, già responsabile del Centro di referenza Nazionale per lo studio e la Diagnosi delle malattie esotiche dell’Izs teramano e poi direttore dello steso Istituto. C’era lei a capo dell’equipe che isolo per la prima volta la Malattia della febbre del Nilo in Italia.
“Nel corso del focolaio in Toscana – racconta la dottoressa Lelli -, morirono sei cavalli che presentavano gravi sintomi neurologici. Parti del cervello e del midollo spinale furono prelevati e inviati al Centro di Referenza per le Malattie esotiche, a Teramo, insieme a campioni di siero e fu messa in evidenza la presenza di particelle virali e di anticorpi specifici con gli opportuni metodi diagnostici. Fu stabilito un rapporto di collaborazione con l’Istituto Pasteur, a Parigi, che già lavorava sull’infezione e fu confermata la presenza del virus, agente eziologico della West Nile Disease, nei focolai italiani. Era un virus fino ad allora assente in Italia. Dal 2002 , in Italia, il Ministero della Salute, ha attivato il Piano nazionale di sorveglianza per la WND che ha consentito di identificare nel 2008, a 10 anni di distanza dal primo focolaio, di nuovo la circolazione del virus in alcune Regioni, in uccelli, mammiferi e vettori. L’infezione è stata da allora segnalata ogni anno nell’uomo, negli animali e nei vettori coinvolgendo sia nuovi territori dell’Italia settentrionale e centro-meridionale sia le aree interessate dalla circolazione virale negli anni precedenti. Ciò significa che non sono “nuove introduzioni” da territori infetti non Italiani, ma che il virus è presente in Italia, si è per così dire stabilizzato e ogni anno la malattia si presenta e viene diagnosticata“.
Fu una scoperta che impose nuove strategie di prevenzione: “Immediatamente, in totale sinergia con il Ministero della Salute, la collaborazione di tutti gli Istituti Zooprofilattici italiani, le Regioni, furono pianificate tutte le attività tese a mettere in evidenza siti di intensa presenza delle zanzare, vettori dell’infezione, possibile presenza del virus e indagini sugli aviari per evidenziare la circolazione virale, come sistema di allerta precoce per essere pronti a prevenire l’infezione nell’uomo e nei cavalli il più precocemente possibile. Il ciclo epidemiologico dell’infezione è molto interessante – spiega Rossella Lelli -, in quanto il ciclo primario è fra alcune specie di uccelli in fase viremica e le zanzare. Quando poi le zanzare pungono l’uomo e/o i cavalli, si ha l’evidenza della malattia. L’uomo e il cavallo non riescono a trasmettere di nuovo l’infezione. Sono considerati ospiti a fondo cieco, mente gli uccelli in fase viremica hanno una quantità di virus circolante elevata per poter infettare le zanzare che assumono su di loro il pasto di sangue. In ogni caso, solo le zanzare possono inoculare il virus agli uccelli, all’uomo e al cavallo. Non esiste trasmissione diretta, ma solo indiretta per il tramite dell’insetto vettore“.
Aviaria, Covid, gli Italiani tornano a fare i conti con malattie che non conoscevano prima e che generano una certa apprensione. In questo caso è giustificata? “Direi che la comunicazione della presenza di tale malattia sul territorio nazionale sia importante, al fine di fare una corretta informazione fra i cittadini, però è anche bene fare informazione giusta, non allarmistica. Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute, la maggior parte delle persone infettate con il West Nile Virus non sviluppa segni clinici. L’infezione decorre in forma asintomatica. Nelle aree endemiche la sintomatologia si evidenzia, nel 20% circa dei soggetti colpiti, con una sindrome simil-influenzale, caratterizzata da un periodo di incubazione di circa 2-14 giorni e dai seguenti sintomi: febbre, mal di testa, mal di gola, dolorabilità muscolare ed articolare, congiuntivite, rash cutanei solitamente sul tronco, sulle estremità e sulla testa, linfoadenopatia, anoressia, nausea, dolori addominali, diarrea e sindromi respiratorie. Negli anziani e nelle persone debilitate la sintomatologia può essere più grave, ma solo in una percentuale bassissima di casi. I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), generalmente persone che hanno già una situazione sanitaria compromessa. Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale“.
“Storicamente l’Izs ‘G. Caporale’ di Teramo, gioca un ruolo centrale nel promuovere e coordinare i piani di sorveglianza per i virus West Nile e USUTU attualmente operanti sul territorio nazionale. Tali piani forniscono dati aggiornati sulla circolazione virale negli animali e nelle specie vettori risultando di fatto determinanti sia come sistema di allerta precoce che per la definizione dello stato sanitario dei territori e delle popolazioni animali coinvolte. È necessario il dialogo e lo scambio di informazioni tra tutti quanti siano coinvolti e tra i vari Paesi. È poi necessario il coordinamento tra la sanità pubblica e i servizi veterinari.
“I Comuni – aggiunge l’epidemiologa Rossella Lelli – dovrebbero mettere in atto tutte le procedure al fine di limitare lo sviluppo degli insetti vettori, con tempi di intervento ben precisi, precocemente rispetto allo sviluppo degli insetti da larve ad adulto, interventi di tipo larvicida già fin dal mese di marzo-aprile, l’eliminazione di zone di presenza di acquitrini, acque stagnanti e similia. Nei mesi precedenti al periodo di maggior azione vettoriale, in collaborazione con le Autorità competenti, bisogna procedere agli interventi di risanamento ambientale, che possono comprendere, fra l’altro: manutenzione delle aree verdi pubbliche; pulizia delle aree abbandonate; eliminazione dei rifiuti per evitare la presenza di contenitori, anche di piccole dimensioni, contenenti acqua; drenaggio; canalizzazione; asportazione o chiusura di recipienti. Tali attività devono essere affiancate dalla sensibilizzazione della popolazione, anche con interventi porta a porta, per eliminare i siti di riproduzione delle zanzare nelle aree private. Nella prevenzione delle arbovirosi trasmesse da zanzare, la comunicazione del rischio, la formazione, l’informazione e l’educazione alla salute rivestono quindi un ruolo determinante per ottenere la collaborazione della popolazione”.
