Massacrarono il brigadiere che voleva proteggere la famiglia: arrestato uno della banda

L’intuizione nelle indagini del suo comandante ‘scova’ il Dna decisivo per incastrare il latitante albanese che aveva cambiato cognome: l’aggressione nell’assalto in villa a Martinsicuro ci fu nel novembre scorso. Il militare ancora convalescente dopo aver rischiato la vita

TERAMO – E’ stato grazie alle tracce di Dna rinvenute su una mini torcia usata durante il tentativo di rapina in villa dalla banda, che i carabinieri della Compagnia di Alba Adriatica e quelli della stazione di Martinsicuro sono riusciti a dare un volto e un nome ad almeno uno dei tre componenti che nel tardo pomeriggio del 19 novembre scorso ferirono gravemente un brigadiere intervenuto per difendere la sua famiglia dal blitz dei malviventi.

Il sottufficiale Dario Ercolano, del nucleo radiomobile della Compagnia albense, rincasò dopo l’allarme dato dalla madre che lo avvisò della presenza dei ladri: il militare dopo essersi qualificato li affrontò, ma fu sopraffatto e colpito duramente con un piccone al volto, agli arti e al corpo, subendo una gravissima emorragia interna. Fu salvato con un delicato intervento chirurgico allospedale di Giulianova, con l’asportazione della milza, e ancora oggi a 9 mesi dal drammatico episodio, è ancora alle prese con una convalescenza lunga e complessa che gli impedisce di tornare in servizio.

Uno dei suoi aggressori è stato identificato perchè aveva retto la torcia con la bocca, e il professionale campionamento sulla scena del crimine da parte dei colleghi del ferito, ha permesso al loro comandante, il maggiore Ceccagnoli, di notare l’utensile e di intuire che forse avrebbe potuto portare con sè la firma di uno dei balordi. E così è stato, anche se poi le indagini per attribuire quel codice genetico isolato dai Ris dalla saliva trovata sulla torcia, sono state lunghe e complesse. Il lavoro di intelligence è stato complicato anche dal cambio di cognome – legale in Albania – del ‘proprietario’ di quel Dna ma la collaborazione con la polizia del Paese delle Aquile ha permesso di coronare gli sforzi: il 38enne Roland Nasufi era in realtà quel Roland Shaili che i carabinieri cercavano.

L’incrocio con le banche dati hanno estratto sue tracce in una rapina in villa a Castelnuovo Garfagnana, nella Lucchesia, ma soprattutto hanno fotografato la sua presenza a Rovigo, dove era stato fermato e controllato per ben tre volte, risultando ‘immacolato’ per via del suo nuovo cognome e non invece per quel latitante che era da tempo. E’ stato arrestato per tentativo di rapina impropria aggravata e per tentativo di omicidio e rinchiuso nel carcere veneto in attesa dell’interrogatorio da remoto della prossima settimana.

La convinzione degli investigatori, che oggi hanno ricevuto il pubblico encomio da parte del sostituto procuratore Stefano Giovagnoni, che ha coordinato le indagini, è che Nasufi e i suoi complici siano collegati a un’organizzazione italo-albanese, ‘specializzata’ in furti e rapine in casa su tutto il territorio nazionale. Il 15 marzo scorso a Tortoreto, era stato catturato un altro latitante albanese, elemento di spicco dell’organizzazione. Il 28 aprile, sempre a Tortoreto, è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di tre individui, tra cui l’albanese, con l’accusa di estorsione aggravata a un imprenditore del luogo. Il loro spessore criminale è confermato dal fatto che avevano organizzato l’omicidio dell’imprenditore perchè si era rivolto ai carabinieri, delitto fallito per l’accelerazione negli arresti eseguiti dai militari dell’Arma.

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