Uccise il padre a Silvi: è stato trovato morto su una scogliera

E’ di Giuseppe Di Martino il corpo senza vita del turista trovato in Sardegna. L’architetto, oggi 52enne, era stato condannato a 14 anni dopo 4 processi per il parricidio commesso nel 2019 a Silvi, durante una lite per difendere la madre Era tornato in libertà a metà giugno ed era in vacanza nell’isola

TERAMO – E’ dell’architetto di Silvi Giuseppe Di Martino, 52 anni, il corpo senza vita rinvenuto in Sardegna, nella zona di Capo Pecora, sulla costa sud di Arbus nel Cagliaritano. La notizia è stata riportata da SuperJ, nel servizio di Paola Peluso, che ha chiarito l’identità dell’uomo, ritenuto, in un primo momento, dai media locali un turista svizzero

Di Martino alloggiava in una struttura ricettiva della zona e aveva fatto mancare notizie di sè da venerdì, quando non era rientrato per la notte, contrariamente a quanto aveva detto. E’ così scattato l’allarme e con esso le ricerche da parte dei carabinieri di Fluminimaggiore su disposizione della prefettura di Cagliari, con l’intervento dei vigili del fuoco con personale di terra e l’elicottero Drago 148: è stata prima ritrovata la sua auto, poi il cadavere, nel pomeriggio di sabato 12 settembre. Era su un costone roccioso e i soccorritori a bordo hanno provveduto a calarsi col verricello per effettuarne il recupero. E’ probabile che l’architetto sia precipitato nel vuoto.

L’architetto 52enne era tornato in libertà a metà giugno, per scadenza dei termini dell’esecuzione dopo aver scontato 6 anni: era salito agli onori della cronaca perché accusato, e poi condannato, dell’omicidio del padre 73enne Giuseppe, nella loro abitazione di Silvi, tra il 13 e il 14 giugno del 2019. All’epoca dei fatti, la vicenda fu accompagnata dall’incertezza sulla dinamica della morte dell’anziano, al culmine di una lite tra i due in cui il figlio era intervenuto in difesa della madre. La Procura aveva sempre contestato al professionista di aver strozzato il padre,

A gennaio dello scorso anno la Cassazione aveva ‘cassato’ la condanna per omicidio volontario, già sancita in primo e secondo grado, rinviando alla corte d’assise d’appello di Perugia il processo per la rideterminazione della pena sulla base del ricorso della difesa dell’architetto che chiedeva la concessione delle attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante. La condanna d’appello a 21 anni (quella di primo grado era stata a 25) era stata dunque ridotta a 14.

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