La sentenza del giudice Ferretti in serata: nella discussione famigliare era stato ferito gravemente dalla moglie con un quadro e poi accusato (falsamente, anche dalla figlia) di maltrattamenti, fino al processo. Il pm aveva chiesto tre anni
TERAMO – Si conclude dopo 5 anni, con un’assoluzione piena, un calvario che ha cambiato la sua vita irreprensibile, di uomo impegnato nel sociale e in particolare, paradossalmente, nelle iniziative contro la violenza sulle donne. Ha vissuto un lustro da indagato per ‘codice rosso’, come il suo caso era stato bollato, passato sotto le ‘attenzioni’ della Procura, di un gip e adesso, con esito fortunatamente contrario a quanto ipotizzato, di un giudice monocratico.
La vicenda di questo noto commerciante teramano era cominciata nel 2020, in epoca Covid. Una discussione con la moglie si era trasformata in una aggressione ai suoi danni, nel corso della quale era rimasto anche ferito gravemente da un quadro, al punto tale da subire un danno permanente a un senso. Quell’episodio, diventato una segnalazione penale per lesioni aggravate nei confronti della moglie, si era trasformato d’un tratto, forse per reazione emotiva, in una denuncia a suo carico per maltrattamenti in famiglia, presentata dalla stessa coniuge, che aveva ricevuto il conforto della testimonianza della loro figlia maggiorenne.
A processo, con tutto il carico di una contestazione di reato grave e infamante, era finto però solo lui: le lesioni gravi erano finite in secondo piano rispetto al reato odioso che la procura contestava aì commerciante, sarebbero state inferte, cioè, per legittima difesa. Il giudice Francesco Ferretti, con la sentenza di assoluzione ‘perchè il fatto non sussiste‘, emessa in serata nel tribunale di Teramo, ha riportato i confini della vicenda all’interno del binario originario e più realistico, ricostruito e corroborato nel corso delle udienze, attraverso anche le testimonianze e le deposizioni dei protagonisti, sollecitate dagli avvocati difensori Gianni Moretti e Antonio Di Bitonto, nonostante il peso di una richiesta di condanna a 3 anni avanzata dal pubblico ministero Sara Di Gesualdo.
