Acqua del Gran Sasso, tutti assolti dopo un processo lungo 6 anni

Per la crisi idrica del 2017, finiti in prescrizione i reati contravvenzionali, il giudice monocratico del tribunale di Teramo assolve i 10 imputati di Laboratori, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti

TERAMO – Dopo 6 anni e a 8 dai fatti, si è chiuso con 10 assoluzioni per altrettanti imputati, con formule che vanno dal ‘perchè il fatto non sussiste’ o ‘per non aver commesso il fatto’, e per intervenuta prescrizione per una serie di reati contravvenzionali del testo unico delle leggi ambientali, il maxi processo dinanzi al tribunale di Teramo epilogo dell’inchiesta aperta nel 2017 quando scoppiò l’emergenza legata a una problema di potabilità dell’acqua del Gran Sasso, il cui uso venne bloccato per diversi giorni in 32 comuni del Teramano.

Il giudice monocratico Claudia Di Valerio, attorno alle 14:30 di oggi ha letto il dispositivo con cui ha assolto tutti gli imputati, tra ex vertici dell’Istituto di fisica nucleare del Gran Sasso, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti, ai quali veniva contestata una serie di reati, che sintetizzavano l’inerzia nelle azioni necessarie a mettere in sicurezza le acque del Gran Sasso, nei pressi delle cui sorgenti (la cui acqua scorre dai rubinetti di oltre un milione di abruzzesi), convivono in un ‘condominio impossibile’ come definito da molti tecnici, sia i Laboratori dell’Infn che l’autostrada che attraverso la montagna con il Traforo, che la società acquedottistica Ruzzo che rifornisce il Teramano.

Nel corso del processo, apertosi 6 anni fa e passato attraverso la sostituzione da un giudice all’altro e il periodo contraddistinto dal covid, i pubblici ministeri Greta Aloisi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni, hanno sostenuto la responsabilità di chi non avesse rispettato l’obbligo giuridico di osservare il ‘principio di precauzione’ e la propria ‘posizione di garanzia’. Uno delle accuse che ha caratterizzato la requisitoria dei pm nei confronti degli imputati è stato infatti quello “della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini esercitata soltanto a parole ed enunciazioni di principio, mai con i fatti”. Per questo avevano chiesto la condanna a un anno e 8 mesi e 40mila euro di multa ciascuno per i 10 imputati. Si tratta di Fernando Ferroni e Stefano Ragazzi, all’epoca dei fatti rispettivamente presidente e direttore dell’Istituto di fisica nucleare; l’allora responsabile del servizio ambiente dei laboratori (dall’ottobre del 2005) Raffaele Adinolfi Falcone; di Lelio Scopa, Cesare Ramadori e Gino Lai, rispettivamente all’epoca presidente del Cda, amministratore delegato (dal 30 maggio 2011) e direttore generale di esercizio con compiti in materia di tutela ambientale (dal 2011) di Strada dei Parchi; Antonio Forlini, Domenico Giambuzzi, Ezio Napolitani e Maurizio Faragalli, nell’ordine, sempre all’epoca dei fatti, rispettivamente presidente, responsabile dell’area tecnica, responsabile dell’unità operativa di esercizio e responsabile del Servizio acquedotto della Ruzzo Reti dal 17 gennaio 2014.

L’indagine aveva evidenziato, e da qui le accuse diventate processo, interferenze tra i laboratori, il Traforo dell’A24 e le condutture di acqua potabile della Ruzzo Reti, da cui erano derivate criticità mai sanate, che hanno costituito e costituiscono, secondo la pubblica accusa, un pericolo permanente per la salubrità delle acque a causa di un inadeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento di quelle destinate a uso potabile. Le motivazioni della sentenza saranno rese note entro 90 giorni.

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