Il silenzio assordante nel cinquantenario di Giuseppe Caporale

Sabato scorso ricorrevano i 50 anni dalla morte (11 aprile 1976), ma anche l’Izs è pervaso dall’oblìo verso il suo fondatore, un pioniere che anticipò la ‘One Health’ di cui oggi tanto ci si vanta

TERAMO – “Esiste un solo bene: la conoscenza; e un solo male: l’ignoranza“. La frase è attribuita a Socrate, ma l’amava sempre ripetere il professor Giuseppe Caporale. Mai frase fu più calzante per descrivere l’oblìo in cui questa città sembra aver gettato la memoria e il ricordo di un personaggio che ad essa ha regalato un’eccellenza che ancora oggi esiste. C’è ironia amara nel constatare che l’11 aprile è passato senza un vagito, una nota stampa o una commemorazione ufficiale da parte dei vertici dell’Izsstituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise. Proprio in quel giorno, sabato scorso, ricorreva il 50° anniversario della morte di Giuseppe Caporale, l’uomo che non solo fondò l’Ente, ma lo trasformò da due stanze in affitto in un colosso della ricerca internazionale.

Mentre l’attuale governance sembra aver smarrito la memoria storica, tutta proiettata verso il fascinoso ma spesso vago – e ricco di occasioni per apparire – concetto di One Health, ci si chiede se sappiano che quel concetto Giuseppe Caporale lo aveva già scolpito nel marmo trent’anni prima che la veterinaria statunitense lo ‘scoprisse’. Quando Giuseppe Caporale prese le redini dell’Istituto, la realtà era desolante: due stanze e due dipendenti. Con la forza di un visionario e la fede socialista nel progresso, animò la costruzione della sede di Campo Boario, inaugurata nel 1949. Sotto la sua ala, Teramo divenne la capitale della veterinaria d’avanguardia. Non era solo scienza fine a se stessa. Caporale comprese che la lotta alle malattie infettive era la chiave per garantire proteine nobili a un’Italia affamata dal dopoguerra. Creò il Centro Tori, rendendo Teramo la roccaforte della fecondazione artificiale per il miglioramento genetico. Intuì, con decenni di anticipo, il valore sociale degli animali da compagnia, aprendo il primo ambulatorio gratuito del Centro-Sud e producendo i primi vaccini italiani contro il cimurro.

Per Caporale, la veterinaria non era un mestiere da ‘castrini’, ma una missione fondata sul metodo scientifico. La conoscenza di cui parlava Socrate, lui la esportò ovunque: dall’Unione Sovietica alla Cina di Mao, portando la scienza teramana nel mondo. Dalla sua scuola uscirono giganti: Adriano Mantovani, Giuseppe Gentile, Livio Raggi (divenuto professore in California), fino al figlio Vincenzo Caporale, che avrebbe poi guidato l’Istituto negli ‘anni d’oro’, consolidando l’eredità paterna con titoli accademici prestigiosi e una visione globale.

Oggi l’Istituto porta ancora il suo nome, ma l’anima sembra sbiadita. La recente e provocatoria richiesta del figlio Vincenzo – che ha chiesto polemicamente e pubblicamente di rimuovere l’intitolazione dell’Ente al padre – non appare più come lo sfogo di un ex direttore, ma come l’ultimo atto di difesa di una dignità calpestata dall’oblio a cui accennavamo. Se l’attuale gestione è troppo impegnata a inseguire i nuovi paradigmi della salute globale per ricordare chi ha costruito le fondamenta su cui poggiano i loro piedi, allora forse Vincenzo Caporale ha ragione: meglio togliere quel nome che vederlo ignorato proprio da chi dovrebbe celebrarlo.

Per la cronaca: Giuseppe Caporale morì come era vissuto, servendo la comunità. Era l’11 aprile 1976. Si trovava in un convegno all’Ospedale Civile di Teramo (quello che lui stesso aveva contribuito a far nascere come amministratore e politico appassionato, assieme a ‘giganti’ teramani come Gramenzi e Lolli). Finì il suo intervento e fu stroncato da un infarto. Non aveva ancora compiuto 60 anni. I giornali dell’epoca parlarono di una ‘confusione’ collettiva, di un lutto che colpì il cuore della città, dal corso ai portici. Oggi, cinquant’anni dopo, la ‘confusione’ è di segno opposto: è quella di chi osserva un’istituzione d’eccellenza dimenticare il proprio padre.

Facciamo ricorso ad un altro pensiero illuminato per descrivere questo paradosso di Teramo, di Margherita Hack: un Istituto che brilla nel mondo per la sua ricerca, “ma che al calar del sole sembra aver perso la memoria di chi gli ha insegnato a guardare le stelle“.

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