Il commento del Cnpp-Spp sulla morte del giovane detenuto: “Carenza di agenti del 15% e oltre 200 ristretti in più rispetto alla capienza regolare. Così sicurezza e rieducazione diventano impossibili”
TERAMO – Di fronte all’ennesima morte tra le sbarre di Castrogno, la cronaca cede inevitabilmente il passo alla riflessione e alla denuncia politica e sociale. Il decesso (leggi qui) del detenuto 25enne di origini egiziane – su cui la magistratura ha aperto un fascicolo disponendo l’autopsia – non può essere archiviato come un tragico fatto isolato, ma va letto come il sintomo di una crisi strutturale che i sindacati di Polizia penitenziaria denunciano da tempo.
Sulla vicenda è intervenuto con fermezza Mauro Nardella, segretario nazionale del Cnpp-Spp, offrendo un’analisi lucida e amara di un sistema carcerario locale che definire “al collasso” è ormai un eufemismo. Una tragedia, spiega il sindacalista, che genera profonda inquietudine e dolore in tutta la comunità penitenziaria, unendo idealmente nel dramma chi le pene le sconta e chi, per lavoro, è chiamato a vigilare. Il fulcro del commento di Nardella sta nei dati, specchio di una quotidianità ingestibile all’interno della casa circondariale teramana Esiste un “secondo carcere” invisibile: a fronte di una capienza regolamentare fissata dal Ministero in 255 posti, Castrogno ospita oggi ben 452 detenuti. Significa che la struttura registra un esubero di circa 200 persone: in termini pratici, è come se dentro l’istituto fosse stipata l’intera popolazione di un secondo carcere di media grandezza. c’è poi il nodo della carenza di organico: questo surplus umano deve essere gestito da un corpo di Polizia penitenziaria pesantemente sotto organico, che sconta un vuoto del 15% sul personale necessario.
La denuncia del Cnpp-Spp solleva una questione fondamentale che va ben oltre la gestione dell’ordine pubblico, toccando i principi cardine del nostro ordinamento. In queste condizioni, ricorda il segretario nazionale, diventa impossibile applicare sia l’articolo 5 della Legge di Riforma della Polizia penitenziaria, sia soprattutto l’articolo 27 della Costituzione. Se gli agenti sono ridotti al lumicino e i detenuti raddoppiati, la finalità rieducativa della pena si svuota di qualsiasi significato concreto. Il carcere rischia così di trasformarsi soltanto in un perenne focolaio di tensioni e di emergenze umane, dove la sicurezza non può essere garantita e il percorso di reinserimento sociale del detenuto rimane un miraggio sulla carta. La tragedia di domenica 31 maggio, conclude il sindacato, è il drammatico promemoria di un sistema che richiede interventi urgenti e non più rimpianbili da parte del Governo.
