Spazio aperto sempre e no alla musealizzazione, piace alla comunità il teatro romano visto dai Bellomo. «Ma adesso fate presto»

Al Parco della scienza per la prima volta il confronto pubblico sul progetto. Il sindaco D'Alberto: «Siamo sull'ultimo treno non possiamo sbagliare»
06 febbraio 2019

TERAMO - «Fate presto vogliamo concluso il recupero del teatro romano». E' stato unanime il coro di apprezzamento al progetto dello studio di architettura Bellomo di Palermo e alla decisione dell'amministrazione di aprire al dibattito, alla partecipazione democratica. Al Parco della Scienza sono intervenuti in tanti, chi per fare accademia, chi per ammettere la propria incompetenza nel dettaglio ma la sincera condivisione dell’idea progettuale, chi per dire 'ci piace', altri ancora per augurarsi che la discussione non si tramuti in una complicazione del percorso che porti alla conclusione dell’opera. Alla fine l'architetto Girolamo Bellomo e il figlio Giuseppe si sono detti «emozionati perchè per la prima volta a Teramo c'è stata una conferenza dei servizi cittadina, primo caso di comunità committente». Il sindaco Gianguido D'Alberto ha ricordato che «siamo saliti probabilmente sull’ultimo treno e siamo consapevoli di correre il rischio, se ci fossero altri intoppi, di rinviare la realizzazione di questo progetto di anni e anni semmai dovesse vedere la luce». Dichiarazione che è sembrata essere anche una mano tesa verso la soprintendenza, le cui osservazioni hanno messo un paletto al piano di recupero funzionale del teatro romano. 
La presentazione del progetto preliminare elaborato dalla studio di architettura Bellomo di Palermo ha visto la partecipazione degli ordini professionali, dei comitati di quartiere, delle associazioni culturali, la Fondazione Tercas e l’Università, gli assessori al governo del territorio Stefania Di Padova, alla cultura Luigi Ponziani, ai rapporti con i quartieri e le frazioni Sara Falini, la presidente della Commissione urbanistica, Francesca Chiara Di Timoteo.L’architetto Bellomo ha illustrato le modifiche architettoniche apportate sulla base dello studio del professor Carbonara, sottolineando quello che è il pezzo forte del suo lavoro: no alla musealizzazione dei reperti (“anche se fosse facile metterli in frigorifero come un pezzo di vitello, non andrebbe in malora”, ndc) ma restituzione del teatro alla comunità, aperto e fruibile 24 ore su 24. 
I punti fermi del progetto sono quelli che già conoscevamo: una ima cavea ricostruita dopo lo scavo per creare un teatro da 60 posti con 8 gradoni di pietra antica (da triplicare con strutture temporanee in caso di spettacoli o eventi), almeno tre ballatoi di accesso alla gradinata, un passaggio in declivo per recuperare le quote, un accesso da palazzo Massignani, bagni, servizi e bookshop al di sotto della cavea e sfruttando un nuovo locale di proprietà comunale nelle vicinanze, la tanto discussa vasca d’acqua ferma. Un buona notizia: le pietre romane la cui difesa fece rischiare la vita a Piero Chiarini e Sandro Melarangelo di Teramo Nostra quando lo scavo di una decina di anni fa ne prevedeva il trasloco, sono a misura esatta di quanto previsto dalla normativa di oggi e saranno utilizzate per realizzare la gradinata.

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