Default della Tercas. I giudici dopo Di Matteo condannano anche Di Gennaro a risarcimento choc: 176 milioni di euro

Come l'ex direttore generale anche l'ex vicepresidente della banca di corso San Giorgio era contumace: in totale la somma fa 368 mln
14 ottobre 2017

TERAMO - Ci si domanda se mai la sentenza alla condanna milionaria, emessa dai giudici del tribunale delle imprese dell'Aquila ai danni di due degli ex amministratori Tercas Antonio Di Matteo e Claudio Di Gennaro, sarà eseguita. Perchè le cifre in ballo sono da brividi: l'ex direttore generale di corso San Giorgio e l'ex vicepresidente dovranno risarcire rispettivamente 193 e 176 milioni di euro. I giudici aquilani, che stanno processando tutti gli ex amministratori Tercas, nella causa per azione di responsabilità esercitata a suo tempo dal commissario di Bankitalia, Riccardo Sora, hanno emesso sentenza nei confronti dei soli di Matteo e Di Gennaro in quanto convenuti contumaci. Entrambi, alla contestazione di danno da parte dell'Istituto di via Nazionale, a cui è subentrata Banca Popolare di Bari al momento del passaggio di proprietà dell'istituto teramano dopo il default, non sono comparsi in giudizio. E' per questo che molto probabilmente, alla notifica di questa sentenza milionaria, proseguiranno nella strategia difensiva di non opporre appello alla pronuncia di primo grado, e la questa stessa passerà in giudicato. Facile immaginare, che la successiva azione di recupero di ben 368 milioni e spiccioli di condanna al risarcimento, sarà difficile, se non impossibile da parte dello Stato.
In ogni caso, la sentenza del tribunale delle imprese costituisce, principio giuridico di probabile riferimento per iniziative di responsabilità future in materia bancaria, in quanto sottolinea, in particolare sulla concessione di fidi, «la grave negligenza» da parte del dirigente, proprio perchè responsabile dell'intera area credito dell'istituto, «nello svolgimento delle istruttorie delle pratiche di affidamento in ordine alle quali era suo compito, fornire un parere decisivo ai fini della concessione del credito» e non limitarsi supinamente ad accettare le credenziali personali dei richiedenti sulla base della conoscenza diretta dell'allora direttore generale.

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