I delfini 'spie' dell'Alzheimer? Da Teramo e dalla Spagna le conferme allo studio scientifico

In una lettera del professor Di Guardo pubblicata sulla prestigiosa rivista specializzata Alzheimer's & Dementia
19 gennaio 2018

TERAMO - I delfini potrebbero candidarsi come validi “modelli di neuropatologia comparata” per lo studio della malattia di Alzheimer. Lo ribadisce, sostenendo la tesi di un collega statunitense, il docente di Patologia generale e fisiopatologia veterinaria della Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Teramo, Giovanni Di Guardo, in una lettera che è stata appena pubblicata dal prestigioso Alzheimer's & Dementia, Giornale dell'Associazione dell'Alzheimer. Di Guardo rinforza la tesi della similitudine tra le lesioni encefaliche in alcuni delfini spiaggiati lungo le coste spagnole e quelle osseervate in pazienti umani con malattia di Alzheimer.

«Al di là del fatto – ha spiegato Di Guardo ‒ che si tratta della prima descrizione di una tale neuropatia centrale nei cetacei e, più in generale, in qualsivoglia specie animale selvatica, questo studio riconosce il suo principale elemento di forza nell’identificazione della stenella striata e del tursiope quali “nuove” specie potenzialmente in grado di “ricapitolare” le caratteristiche neuropatologiche e, presumibilmente, anche i fondamentali aspetti neuropatogenetici tipici della malattia di Alzheimer. Ne consegue – ha aggiunto il patologo ‒ che i delfini potrebbero candidarsi come validi “modelli di neuropatologia comparata” per lo studio della malattia di Alzheimer, qualificandosi ancor più “compiutamente” in tal senso qualora anche nei delfini, come già documentato nella nostra specie, la proteina prionica cellulare fungesse da recettore nei confronti degli oligomeri solubili di beta-amiloide, molecole a spiccata azione neurotossica che svolgerebbero un ruolo cruciale nella patogenesi della malattia di Alzheimer».

«L’espressione della proteina prionica cellulare – ha concluso Di Guardo ‒ è già stata descritta nell’ambito di un precedente lavoro svolto dall’Università di Teramo in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e con l’Università degli Studi di Padova, a livello sia del tessuto cerebrale sia di una serie di organi e tessuti linfatici di cetacei rinvenuti spiaggiati lungo le coste italiane».

 
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