La Cassazione chiude il caso Capponi-Comune

A 10 anni dall’avvio della vicenda la Suprema Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento della ex vigilessa che accusava i colleghi di molestie e poi condannata per calunnia

TERAMO – E’ una pietra tombale quella che la sezione Lavoro della Corte di Cassazione mette sulla vicenda della ex vigilessa Anna Capponi licenziata due volte dal Comune di Teramo, con la sentenza 4105 pronunciata lo scorso dicembre e pubblicata cinque giorni fa. Sono serviti 10 anni esatti per statuire che i procedimenti avviati dall’amministrazione  cittadina erano legittimi. Con la bocciatura del ricorso presentato dalla difesa della Capponi, si chiude dunque una vicenda amarissima che ha riempito le pagine dei giornali, prodotto conferenze stampa, sostenuto l’organizzazione di movimenti e anche di un convegno. Era infatti il settembre 2002 quando la ex agente della Polizia locale di Teramo instaurò un contenzioso che nessuno credeva potesse prolungarsi a dismisura, coinvolgendo due giurisdizioni, quella civile e quella penale. Perché l’iniziale accusa di atteggiamento denigratorio contro il comandante del Corpo, Franco Zaina (reo di aver indagato internamente e accertato l’insussistenza delle accuse di molestie sessuali subite da due colleghi), si trasformò in una denuncia penale che oltre a portare all’esterno del comando la vicenda, fece subire alla Capponi il licenziamento di cui si tratta. Quella querela fu archiviata, tramutandola in un boomerang perché l’ex vigilessa, da accusatrice divenne accusata. Di calunnia. E anche il secondo giudice penale ribadì l’insussistenza delle accuse nei confronti di comandante e colleghi, tanto che lei fu condannata a 16 mesi di reclusione, con una sentenza che ha superato tutti e tre i gradi processuali, ed è passata in giudicato. Il fronte civile, è stato per così dire un pò più complesso, giocato molto sui cavilli procedurali, com’era prevedibile, ma sul quale alla fine, ha pesato (e tanto) proprio quella condanna per calunnia, da cui non poteva essere ragionevolmente slegata. A quel punto però i licenziamenti divennero due come i giudizi civili pendenti, con alterne vittorie e sconfitte di entrambe le parti. in causa. Il Comune ha resistito, anche con il cambio di sindaco ed amministrazione (prima c’era Brucchi, poi era arrivato D’Alberto), e della vicenda all fine si è occupata la Cassazione. I giudici della Suprema Corte avevano deciso per un accoglimento del ricorso della Capponi con rinvio a un’altra Corte d’Appello, ad Ancona (quella dell’Aquila aveva dato ragione ancora al Comune). In un quadro civilistico che discuteva sulla fattispecie del licenziamento, con una strategia difensiva dell’ex vigilassa che mirava a recuperare il posto di lavoro e magari anche al risarcimento dei danni, la Corte marchigiana si era pronunciata a favore del Comune, costringendo la difesa della ex vigilasse a ricorrere di nuovo in Cassazione. Non è facile non perdere la bussola in un percorso così tortuoso e controverso ma sta di fatto che oggi, nell’ultima pronuncia della Suprema Corte, la vicenda è chiusa: quel licenziamento era legittimo, essendo reiterato l’atteggiamento denigratorio nei confronti di Comandante e colleghi e anche del Corpo stesso.

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