Per me sarà sempre 6 aprile

TERAMO – Le mura che ballano, il pavimento che va via, torna e va ancora via, sotto i tuoi piedi, restano una sensazione netta, reale, che mai potrai scordare. E con essa, la memoria di quei minuti terribili, e poi delle ore successive, e dei giorni. Dal buio della notte e dell’incertezza di cosa era stato al tramonto successivo, carico di dolore e delle cognizione di una città in ginocchio, che non c’era più. Sensazioni su sensazioni. Come quelle auto parcheggiate in piazza, con le radio accese ad amplificare le voci dei primi racconti, a rievocare gli assembramenti di strada durante la guerra, con le orecchie tese a sapere cosa fosse successo, a immaginare, a sperare, a trovare un benchè minimo conforto che spazzasse via la paura, ad esorcizzare quello che poteva ancora venire. In pochi minuti, da quelle 3:32 del 6 aprile 2009, la cruda realtà mi fu sbattuta in faccia con tutta la sua violenza. Catapultato all’Aquila, nel cuore del dolore, della tragedia. Una corsa in moto, sulla vecchia strada del Gran Sasso, inseguito da un’alba che sembrava non volesse sorgere per non svelare il suo carico di distruzione. Era pur sempre lavoro, questa l’unica idea di difesa che riempiva la mia mente e che mi ripetevo spingendo sull’acceleratore. Avevo paura di quello che avrei trovato. L’ingresso in città fu scioccante. Mai, in tanti anni di mestiere, in strada e tra la gente, era stato investito da tanti ingredienti di vita: paura, disperazione, speranza, solidarietà, impotenza, coraggio, forza d’animo. E tanto silenzio, improvviso, a un solo segnale di mano, a interrompere un sinistro lavorare di cingoli di ruspa, stridìo di pale, sordo rotolare di macigni spostati a mano. E’ il più toccante ricordo che ho di quella mattina, nell’alba aquilana del 6 aprile. La confusione era sovrana, si cercava di intervenire dappertutto, con la sola forza delle braccia e qualche ruspa. Ma la confusione si azzerava di botto, quasi qualcuno girasse il pomello del volume: c’era da ascolatare, da carpire quelle voci da sotto tonnellate di macerie, a caccia di almeno solo una vita che non voleva andare via. E ad aiutarla, a strapparla da quella presa infida, vile. Ancora oggi la commozione ha il sopravvento. Ero lì per raccontare, dovevo essere consueto testimone del fare, mi sono sentito di colpo inutile. Ero lì, ma perchè non stavo scavando, perchè non avevo nessuno da cercare, nessuno da piangere, qualcuno da confortare? Non era giusto, chi stava lì aveva il dovere di fare qualcosa, non stare soltanto a guardare. Un pensiero comune, io e il collega inviato del Tg2: è bastato uno sguardo, i taccuini sono finiti dentro le tasche, le mani sono servite per scavare. Per quello che poteva servire, noi troppo deboli contro quella immane forza di distruzione. Il più lungo giorno di lavoro, una cronaca che è valsa per altre precedenti cento, frastornato dalle storie, dal dolore, dalla dignità di parenti e amici depredati dagli affetti, dalla straziante disgrazia del mio amico Giustino, dei tanti teramani coinvolti, dell’abnegazione dei soccorritori, nel loro cocciuto insistere a lottare con polvere, cemento e tempo, fino allo stremo, pur di trovare qualcuno vivo, dalla tensione interiore nel partecipare alla speranza di rintracciare vivi bambini dispersi, che quella mattina avevano tutti il volto dei miei figli… Un giorno che non dimenticherò, soprattutto perchè non lo vorrò.

Roberto Almonti

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