Presentato a Roma nella sede dell’Anrp, il libro con gli scritti dell’ufficiale teramano internato e morto nel lager di Unterlüss
ROMA – Si è tenuta nella sede romana dell’Associazione nazionale reduci dalla prigionia la cerimonia di ricordo dell’ufficiale teramano Alberto Pepe, morto nel campo di concentramento di Unterlüss e figura emblematica della Resistenza italiana. Occasione dell’incontro è stata la presentazione del volume Cara Rosina. Diario dalla prigionia, ripubblicato dalla casa editrice Affinità Elettive nell’ambito di una collana promossa dall’Anrp.
Il libro raccoglie le lettere che Pepe scrisse alla moglie durante l’internamento nei campi tedeschi: un diario intimo e straziante che restituisce, attraverso parole mai spedite, la sofferenza quotidiana della prigionia, ma anche il coraggio, la resilienza e l’amore per la famiglia che per Pepe rappresentarono l’unico appiglio di speranza nei momenti più bui.
All’evento hanno preso parte, tra gli altri, il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto, la vice Stefania Di Padova e il presidente del Consiglio comunale Alberto Melarangelo, nipote dello stesso Pepe. Presenti anche il presidente nazionale dell’Anrp Nicola Mattoscio, il professor Luciano Zani — membro del Comitato per le celebrazioni repubblicane presso la presidenza del Consiglio dei ministri — e il senatore Francesco Verducci, vicepresidente della Commissione parlamentare Segre.
Mattoscio ha ricordato il triplice rifiuto che accomunò Pepe e migliaia di Internati Militari Italiani: il no all’adesione alla Wehrmacht, all’arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana e al lavoro coatto al servizio del Reich. Tre dinieghi che costarono a molti la vita, ma che rappresentano — ha sottolineato — uno degli atti di resistenza collettiva più significativi dell’intera Seconda guerra mondiale. Il professor Zani ha richiamato l’eroismo di Pepe nell’opporsi alle imposizioni naziste all’interno del lager, un eroismo pagato con la vita, inserendolo nel più ampio contesto del ruolo di Teramo nella storia della Resistenza.
Nel suo intervento, D’Alberto ha tracciato un ritratto netto della figura di Pepe: “Alberto Pepe rappresenta un simbolo della lotta alla sopraffazione, della capacità di saper scegliere la parte giusta da cui stare“, ha dichiarato, ricordando come, dal giorno dell’armistizio, la stragrande maggioranza dei militari italiani si rifiutò di collaborare con il nazifascismo. “Molti si unirono ai partigiani, molti altri si resero protagonisti di quella resistenza senz’armi di cui ha parlato in più occasioni il Presidente Mattarella. Furono loro i veri patrioti, non chi consegnò l’Italia ai nazisti“.
Alberto Melarangelo ha offerto invece un ricordo più personale del nonno, soffermandosi sul concetto di fedeltà alla patria come bussola morale di tutta la sua vita, e definendo le lettere del diario “una finestra sulla terribile condizione da internato, sulle modalità di resistenza ai nazisti e su quell’amore per la famiglia che lo ha sempre sostenuto anche nei tempi più bui“. Il senatore Verducci ha sottolineato il valore storico eccezionale del documento: a differenza di molte testimonianze redatte a posteriori, il diario di Pepe fu scritto durante la prigionia stessa, rendendolo “una delle fonti dirette più preziose sull’internamento militare italiano“.
A margine della cerimonia, D’Alberto e Di Padova hanno visitato il museo annesso alla sede Anrp, che conserva cimeli e documenti degli internati militari e che ogni anno accoglie migliaia di studenti, svolgendo un ruolo cruciale nella trasmissione della memoria storica. Prima di lasciare la sede, D’Alberto ha lanciato anche una proposta concreta: sottoporre all’Anci l’opportunità di istituire, in ogni città italiana, un albo degli IMI. Un’iniziativa pensata per riscoprire e valorizzare una pagina della Resistenza che ha attraversato le famiglie di tutta Italia, restituendo dignità e memoria a chi, come Alberto Pepe, scelse di resistere in silenzio, senza armi, fino all’ultimo.
